Classe IV A: “Nel mio silenzio ho scritto lettere piene di…”

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aprile 27, 2020
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Classe I C: “Nel mio silenzio ho scritto lettere piene di…”
maggio 18, 2020
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Caro Covid 19,
ti scrivo, così mi distraggo un po’ e, siccome sei molto vicino, più forte ti scriverò. Ormai, hai
raggiunto una fama mondiale. Tutti parlano di te e della tua nascita. Hai percorso molta strada per
raggiungere il successo. Dopo essere nato nel Paese più popolato al mondo, sei entrato nella vita
quotidiana di tutti noi, facendoti apprezzare ed amare, in particolare dagli anziani, che, grazie alla
tua compagnia, sono fuggiti via, per godersi il luogo migliore che hai loro assicurato.
Sei giunto nel giardino d’Europa, nel Paese dei Santi, poeti e navigatori, dalla lontana Cina,
spassandotela in Lombardia e Veneto, dimostrando, in tal modo, un’ottima capacità integrativa;
infatti, ti abbiamo accolto benissimo in casa, al lavoro, a scuola e ti hanno, perfino, fatto provare
l’ebbrezza delle discese lungo le rinomate piste sciistiche del Trentino. Il fascino della tua
irresistibile forza ha, addirittura, spinto alla chiusura dei luoghi di lavoro, d’istruzione, di cultura e
di aggregazione sociale. Eppure, ci sono categorie di persone, come medici ed infermieri, che non
ti comprendono e cercano di ostacolarti. E pensare che tanta gente ha affollato i treni, pur di
poterti incontrare! Qualcosa, però, mi sfugge. Non riesco a spiegarmi il perché, nonostante i tuoi
abbracci, tutti cerchino di combatterti, nel tentativo di allontanarti, a tutti i costi, dalla società.
Irriconoscenti! Soprattutto, i tecnici, gli esperti ed i Ministri del Governo, che, invidiosi del tuo
modo di coinvolgere le masse, hanno iniziato a censurarti, a sorvegliarti per contenerti, limitando i
tuoi movimenti. Che assurdità! Dopo aver accolto tanti poveri, sfortunati, migranti africani, ora si
accaniscono contro un viandante dell’Estremo Oriente, portatore di novità. Chissà quante volte ti
avranno apostrofato come “muso giallo”!
Caro Covid 19, tu si che adori l’Italia! Tuttavia, non riesci a farti stimare. Sei anche propenso alla
mobilità ma questo continuo spostarti lungo la Penisola crea disagi e danni. Non rispetti i
regolamenti e pretendi che tutte le persone restino per sempre con te. Stai diventando come il pesce
che, dopo tre giorni, puzza. Ma non è che sei troppo invadente? Non si va più a scuola, al cinema,
allo stadio, in piscina, in palestra con altri amici. Nulla.
Ora basta! Sono geloso di te perché mi hai reso diffidente persino dei miei vicini e siamo costretti a
stringenti controlli. Questo tuo gioco di tenerci a distanza comincia a stancarmi anzi proprio la tua
presenza mi ha fatto comprendere i valori della solidarietà, della famiglia, dell’amicizia e non
voglio condividere nulla di te.
Ti annuncio che, ben presto, non minaccerai più i rapporti della nostra comunità perché, anche se
la lotta sarà lunga e dura, riceverai una bella festa d’addio, con la speranza di allontanarti per
sempre da noi.
C’è voglia di vivere!
Pertanto, ti lascio a debita distanza, caro Covid 19.

Edoardo Raggi

Al Dottor. Edward Jennner
Atina, 04/04/2020
Caro Edward,
come puoi immaginare, in questi giorni penso spesso a te ed alla tua utilissima intuizione. Immagino che anche tu abbia saputo della gravissima situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo. All’inizio il nome “Corona Virus” non sembrava spaventoso, anche perché i primi casi si sono manifestati dall’altra parte del mondo e quindi non ho avuto l’impressione che i suoi effetti negativi potessero disturbare la mia quotidianità, e invece… Il numero di contagiati, e poi di morti, ha iniziato a crescere in maniera così veloce da lasciarmi esterrefatta. Non avevo mai vissuto un’esperienza simile, durante la quale ogni individuo può essere portatore di un virus letale. Solo nei libri di storia avevo letto di pestilenze ed epidemie, ma non ne avevo compreso neanche minimamente la portata, prima di vedere gli effetti anche tra i miei concittadini. Per contenere l’espansione del contagio da COVID-19, le Autorità hanno emanato disposizioni che vietano di uscire dalle proprie case se non per procurarsi beni di prima necessità. Il sacrificio che mi è stato imposto è, tuttavia, lieve in confronto a quello delle persone che svolgono lavori indispensabili per tutti (come medici, infermieri, commercianti di alimentari, ecc.) che sono costrette ad uscire per recarsi a lavoro nonostante il pericolo del contagio. Come potrai immaginare io, insieme a milioni di persone, seguiamo attentamente le notizie che si susseguono in televisione e sul web, nella speranza di sentire che finalmente è stato scoperto un vaccino che possa neutralizzare questo potente ed invisibile nemico che ci sta colpendo. Molti ricercatori stanno lavorando in tal senso in diversi Paesi del mondo. Pensare che un paio di secoli fa, tu abbia avuto l’intuizione per scoprire il vaccino che ha sconfitto il vaiolo, mi conforta. Questo significa che non è un’impresa impossibile, perché l’uomo con la sua intelligenza, il suo impegno e i suoi studi può controllare alcuni effetti negativi che la Natura può riservare al genere umano. Quindi puoi immaginare come l’idea che tanti studiosi chini sui propri tavoli da lavoro possano provare la gioia della scoperta del rimedio come è stato per te, mi riempie di speranza. Mi piace pensare che se fosse possibile tu, dal luogo dove ti trovi adesso, possa ispirare i loro tentativi verso la soluzione. Ti lascio ringraziandoti per tutto quello che hai fatto per il nostro pianeta e spero che tu possa vedere altri uomini seguire le tue orme.

Con affetto, Michela 

Cara Italia,
alla fine hai dovuto indossare quell’abito rosso che mai avresti pensato di dover tirare fuori dall’armadio.
Nonostante il rosso sia uno dei tuoi colori, questa volta nessuno avrebbe voluto vedertelo addosso, perché
non è sinonimo di festa o passione, ma di un’emergenza disastrosa, un’etichetta che momentaneamente hai
incollata addosso e che ti rende più triste, più malinconica, più spenta.
Stiamo vivendo con te una situazione inedita, che ha portato a delle restrizioni che minano,
momentaneamente e per un buon motivo, delle libertà che davamo per acquisite. Ci si appella ad un senso
civico e si parla di interesse per la comunità, frasi a cui non siamo abituati, per far fronte ad una minaccia
“invisibile” (anche se i suoi effetti sono visibilissimi).
Come si può combattere un nemico che non si manifesta, ma colpisce solo alle nostre spalle?
Sei una donna troppo bella e forte per lasciarti abbattere da questo Dittatore inaspettato: al momento sei in
ginocchio, questo è vero, ma trova la forza di rialzarti, non puoi crollare per sempre.
Tu hai un bagaglio di racconti e di esperienze enormi da continuare a tramandare, meravigliando chiunque
voglia calpestare il tuo suolo: sei la patria della storia, della cultura e della bellezza nelle loro forme più pure.
Hai sempre fatto sognare milioni di persone di tutto il mondo con la tua bella arte e l’ottima cucina.
Ogni giorno vengono aggiornate le statistiche mondiali dei deceduti o dei malati, numeri da brividi. Numeri
che raccontano storie e profumano di vite umane. Immagini agghiaccianti che ci invitano a sperare di non
essere ridotti ad una banale riga su un quotidiano e che alimentano il nostro istinto irrazionale.
La paura va mitigata con la ragione, l’incertezza con l’istruzione e il panico con la speranza.
Viviamo nel secolo della tecnologia, dei telefoni che accorciano le distanze e dei notiziari che ci permettono
di venire a conoscenza, in tempo reale, di ciò che accade anche dall’altra parte del globo. Abbiamo
l’opportunità di apprendere molto sulle giuste norme igieniche da seguire per mantenerci in salute ed evitare
la diffusione. Cerchiamo di unire le forze, di “creare” delle spalle indistruttibili, inavvicinabili al nemico. Non
smettiamo mai di cercare la verità, senza lasciarci spaventare dagli scenari catastrofici.
È difficile immaginare una stagione così bella, come la Primavera, dalle finestre della camera, sognando
passeggiate nella natura. Quest’anno le foglie verdi sugli alberi, il tepore del sole, il cielo limpido e la vitalità
degli animali sembrano una stonatura. Ma la primavera non sa che dovrebbe aspettare e sboccia, avviandosi
verso l’estate. La primavera insegna all’inverno che anche dopo l’ora più buia torna sempre a sorgere il sole.
Cara Italia,
indubbiamente usciremo da questa esperienza, ci rialzeremo e saremo più forti e saggi di prima.
Smetteremo di rimandare al domani i nostri impegni ed inizieremo a vivere con la consapevolezza che quella
che ci sembra la normalità non può più essere data per scontata, ma sembrerà un regalo inaspettato e
straordinario.
Torneremo ad abbracciare i nostri cari, a stringere le mani degli amici e fare la spesa tutti insieme ci sembrerà
una grande festa. E tu, vedrai di nuovo baci appassionati davanti ai monumenti che ti hanno resa “grande”
nel mondo, perché niente può fermare l’amore nella sua forma più vera: non è accettabile che debbano
esserci dei muri così invalicabili tra persone che si amano, perché già l’amore è un meccanismo complesso di

per sé, se ancora gli poniamo barricate e confini, lo distruggiamo dal profondo. E non è accettabile che
possano esistere frontiere anche per noi stessi, che prima di amare gli altri amiamo incondizionatamente la
vita e la libertà, ma se vogliamo contenere il contagio e limitare il numero degli infetti, tu, cara Italia, devi
diventare una nazione fantasma. Non deve esserci nessuno per le strade se vogliamo farti rinascere.
Ultimamente, le giornate hanno un profumo diverso: non conoscono impegni e ritardi, il loro ritmo è più
lento e meno frastornato. Oggi abbiamo tempo per riposarci, domani torneremo ad essere protagonisti della
nostra vita nel Paese più bello del mondo, e non spettatori dalla finestra di uno scenario silenzioso.
Cara Italia, domani vincerai la tua battaglia più dura, ma nel frattempo accetta in silenzio ciò che ti sta
accadendo e preparati alla rivincita.

Chiara 

 

Sono qui, ormai da ore, con il capo poggiato sul legno sapiente della mia scrivania, riflettendo sulla baraonda che ci circonda. Ascolto discorsi vari provenienti dal salotto, unica “movida” di questi 28 giorni di “reclusione“, oggi ancora più intensi e penetranti che mai. Sento voci stridule di mia madre impietrita davanti le ultime news, ma subito placata da un abbraccio confortante, ma allo stesso tempo preoccupato di mio padre. Sto trascorrendo una vita silenziosa chiusa nella mia cameretta, superficialmente fatta di nulla, ma stracolma di scoperte sensoriali e culturali che vanno ben oltre le mura della casa, nella quale prendono luogo una miriade di pensieri. In questa, apparentemente, fitta nebulosa dobbiamo trovare uno spiraglio di luce proveniente dalle belle sensazioni del passato e dalle migliori aspirazioni del futuro, provando a dare valore, adesso che abbiamo mezzi e tempo a disposizione, a tutte le vicende che prima consideravamo scontate. L’abbraccio di un amico. Il tepore della vicinanza. E chi se le sarebbe mai immaginate miliardi di persone, piene di vita, racchiuse dentro uno schermo pur di non perdersi di vista. Rende tutto meno opaco pensare che a breve torneremo alla normalità e le strade della città si ricoloreranno di emozioni forti, sussulti e schiamazzi. Per adesso, impegniamoci a concederci tutto il tempo possibile per resettare la mente, crescere psicologicamente e soprattutto come persone, perché è arrivato il momento di smussare quegli angoli che da troppo tempo abbiamo lasciato lì, abbandonati a loro stessi. Rivoluzioniamoci. Fantastichiamo sul nostro futuro, sulle nostre aspirazioni, sui nostri obiettivi fino a puntare sempre più in alto, come se volessimo dirigerci alle stelle. Non poniamoci limiti, non sminuiamoci e facciamo vedere a tutti di che pasta siamo fatti, noi. E soprattutto non scoraggiamoci. Dalai Lama disse: “se credi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara nella stanza”. Sii quella zanzara ricca di energia, motivazione, costanza e voglia di vivere e supererai i limiti delle tue aspettative. Lo “stare a casa” dobbiamo intenderlo soltanto come un pit-stop per collaudare le ali, pronte a spiccare il volo appena sarà possibile.

Elisa

Mia cara Giulia,
ti lamenti ancora una volta perché non puoi uscire, non puoi incontrarti con gli amici,
troppi compiti e poi sbuffi: “Abitiamo lontano, da tutti, per andare da Giorgia ci vuole
mezz’ora!” Sempre la solita storia, devi ritenerti, invece, fortunata…
Avevo la tua età, 17 anni appena compiuti, anzi compiuti il 22 febbraio 2020, lo stesso
giorno in cui fu confermato un focolaio di Coronavirus in Italia. Arrivò questo virus, forse
dalla Cina, uccise tantissime persone soprattutto nel nord Italia, era contagiosissimo per
cui ci fu addirittura vietato dal governo di uscire per una passeggiata e non andammo a
scuola per tanto tempo. Per mesi nessuno usciva, io ero a casa come tutti, studiavo con la
didattica a distanza che nel nostro liceo funzionava molto bene. Rimasi dentro giorni e
giorni, spesso sola con la nonna che insegnava e per cui anche lei era a casa e “impazziva”
con il suo computer per lavorare con i bambini della sua scuola; il nonno, invece, andava a
lavoro perché lavorava in una cooperativa che produceva miele e le industrie alimentari
giustamente non furono chiuse.
Ma fu tristissimo, non tanto perché non si poteva uscire, ma perché c’era dolore,
sofferenza, morte. Le infinite salme venivano caricate su camion militari, le persone che
stavano morendo non potevano aver vicino i propri cari.
Io però, all’inizio del mio diciassettesimo anno di vita, fui sempre ottimista e positiva. Lo
studio mi aiutò molto, il contatto web con la scuola, gli insegnanti e i compagni mi
tenevano occupata e non pensavo. Inoltre aiutavo la nonna con il PC, con lei risistemavo la
mia camera e sperimentavo nuove ricette per ammazzare il tempo.
Se oggi sono un ingegnere è sì perché amavo la matematica e la fisica, ma soprattutto
perché in quei giorni tristi la tecnologia, la scienza, l’ingegneria furono importantissime
nella ricerca, nella sperimentazione, nella costruzione di nuovi macchinari che salvarono
tante vite. Furono importanti gli ingegneri, i ricercatori, ma ancor di più i medici e gli
infermieri. Molti di loro morirono contagiati pur di continuare la loro missione.
Passò del tempo e tutto finì… ritornammo a vivere la nostra vita, ma non fu più la stessa.
Imparammo a riscoprire la bellezza delle piccole cose, la fortuna di non esserci ammalati,
di essere vivi. Rinascemmo nuovi e pieni di entusiasmo e non mi preoccupai più per le
sciocchezze come stai facendo tu ma, rifletti piccola mia, apprezza ciò che hai e vivi ogni
secondo della tua vita… intanto manda un messaggio a Giorgia e dille che domani alle
15:00 ti accompagno da lei.

La tua mamma Gaia

A te che hai bisogno di un amico…
Hai presente quando senti qualcosa cosi lontano da te al punto da trascurarlo?
Mi è successa la stessa cosa con questo virus che ha stravolto la nostra quotidianità.
Solo un mese fa sembrava così distante da noi, confinato in Cina e, invece, in un attimo ha
oltrepassato i confini coinvolgendo l’Italia nella battaglia, come il resto del mondo.
Conoscendomi non si direbbe, ma stare in quarantena non mi va proprio a genio.
Si, è vero, non mi piace uscire il sabato sera, non mi piace andare nei locali, per certi
aspetti non mi piace divertirmi come un qualsiasi adolescente della mia età.
Amo la tranquillità, stare in compagnia delle poche e sincere amiche che ho e sembrerà
strano, ma per me è piacevole anche la solitudine, intesa come un momento mio, dove
rifletto e metto in ordine i pensieri.
Ciononostante quello che mi sta più a cuore è la libertà.
Voglio essere libera di uscire quando mi va di farlo, di andare a scuola, di costruirmi un
futuro, di andare al mare, in montagna o dall’altra parte del mondo. Non mi piace che sia
un virus a dirmi ciò che posso o non devo fare.
Qualcuno direbbe che in questa situazione così precaria che molti paragonano ad un
ipotetico dopoguerra, non ci sia niente di positivo. Io invece ti dico di cogliere l’occasione
di passare più tempo in famiglia, di guardare vecchie foto, leggere un buon libro, vedere
un bel film ed è anche la giusta occasione di sfruttare al meglio quella tecnologia che
nell’ultimo decennio è stata tanto criticata e invece oggi è l’unico mezzo che ci permette di
socializzare e di portare avanti la nostra vecchia routine.
Attualmente viviamo di video chiamate, messaggi, post sui social. Viviamo a un metro di
distanza con il viso coperto da una mascherina e le mani foderate dai guanti. Incredibile,
no?
Io, però, sono certa che se continueremo a rispettare le norme di sicurezza con serietà,
molto presto tutto questo avrà fine.
Torneremo alla normalità, ad incontrarci per strada, ad un concerto, su un autobus;
torneremo ad abbracciarci, a sorriderci e anche ad arrabbiarci, ma senza vincoli e con una
maggiore consapevolezza di quanto siamo fortunati a vivere le nostre vite così come sono.

Mariavittoria

Fontechiari, 03/04/2020

Buongiorno amici,
Come state? Vi starete chiedendo il perché sto scrivendo questa lettera, so che che ai nostri
tempi non è una cosa molto comune, ma dopo tutti questi giorni passati in casa avevo
bisogno di mettere su carta i miei pensieri. Sento la necessità di dovermi sfogare e quale
mezzo migliore per farlo se non questo. Sapete, a volte mi sembra che un pezzo di carta
riesca a capirci più di una persona. È sempre lì, possiamo usarlo quando vogliamo, ascolta
e non giudica.
Giudizio… una parola molto importante. In questi tempi giudicare è una cosa che a noi
riesce molto bene, siamo sempre pronti a puntare il dito contro gli altri e mai contro di noi,
mai a metterci in discussione o riflettere. Ritengo sia arrivato il momento giusto per farlo.
La situazione che stiamo vivendo è difficile per tutti, da un giorno all’altro ci è stato chiesto di
cambiare il nostro stile di vita, la nostra quotidianità, ma io penso anche che non sia una
cosa impossibile. Vedo persone ignorare le raccomandazioni fatte, dissipando un dono
prezioso come la vita.
C’è stata data una possibilità, se la sprechiamo non ce la restituirà più nessuno indietro.
Sapete quante persone che sono ora in ospedale a combattere tra la vita e la morte
vorrebbero semplicemente stare a casa sul divano con i loro cari? Quante persone stanno
perdendo i loro genitori, nonni, zii? Purtroppo sono tante, troppe.
Anche io, che sono una ragazza di 17 anni, avrei preferito uscire con i miei amici, divertirmi e
passare questi mesi come una normale adolescente. Per il mio bene e di chi mi sta intorno
ho rinunciato, perché riflettendo ho capito che più siamo uniti e prima riusciremo a tornare
alla normalità. Una normalità che forse apprezzeremo più di prima, dove anche un abbraccio
o una risata tutti insieme ci sembrerà una cosa straordinaria e magica.
Così come i nostri nonni hanno combattuto la seconda guerra mondiale, noi dobbiamo
combattere il coronavirus, la nostra guerra,e solo uniti riusciremo a vincerla.
Spero che i miei pensieri in qualche modo abbiano smosso qualcosa dentro di voi e invito
ognuno di voi a riflettere su un argomento così delicato, mettendo per iscritto un vostro
pensiero. Fidatevi, nella scrittura troverete il vostro alleato più fedele.

Simona

Caro lettore,
come stai? Scrivo per sapere come stai affrontando questo momento, per
sapere se sei felice o triste, per condividere con te ciò che faccio il giorno e
per sentire TU cosa hai da dirmi.
Scrivo per parlarti della musica che ascolto, dei libri che leggo, magari
abbiamo gli stessi gusti… Scrivo per chiederti se anche a te sembra che il
tempo si sia dilatato, che tutte le giornate sembrino uguali, se anche tu hai
molte cose da fare ma, comunque, poco tempo per farle. Scrivo per
raccontarti dei miei amici, di quanto sia diverso ridere di fronte ad uno
schermo, per dirti quanto trovo sia difficile comunicare così. Scrivo per
sapere se anche tu hai dubbi su cosa succederà dopo- la scuola,
l’università, il lavoro, tanto altro- e se immagini già come potrebbero
cambiare le cose. Scrivo perché non so se sei preoccupato per il futuro, se
hai paura che tutto si fermi o, al contrario, se pensi fosse questo il giusto
ritmo con cui saremmo dovuti crescere.
Scrivo per sapere cosa pensi di quello che sta succedendo, tanto fuori la
tua casa quanto dentro di te, per starti vicina se ne avessi bisogno. E, se tu
volessi stare più vicino a noi, non dovresti far altro che rispondere.

Flavia Di Sano

3 aprile 2020

Caro lettore,
Spero vivamente che tu stia bene.
Leggendo questa lettera, mi aspetto che alla fine, tu mi capisca e riesca a ritrovare
nel tuo cuore quella piccola parte di emozioni che ci accomuna e che hai provato
durante questo particolare, e sicuramente unico, momento della tua vita.
Mentre ti scrivo, è passato già quasi un mese dall’inizio della quarantena, misura di
sicurezza presa in considerazione dai vari governi dopo che il COVID-19, ha iniziato a
causare un numero troppo elevato di malati, colpiti da problemi respiratori, e di
vittime. Questo nuovo tipo di virus è nato in Cina, a Wuhan, e si è propagato
prepotentemente in quasi tutto il mondo, a partire dalla prima metà di dicembre.
Per me è distruttivo, ogni giorno, accendere la televisione e sentire solo e
costantemente notizie negative, vedere sullo schermo, come quel grande e grosso
numero rosso dei contagiati e dei deceduti, aumenti di giornata in giornata. In
qualche modo, mi logora il pensiero di svegliarmi serenamente la mattina,
trovandomi in casa, con i miei familiari che mi sono vicini, di essere tranquilla
durante il giorno e di continuare la mia apparente realtà quasi totalmente
indisturbata, mentre nel resto d’Italia, come anche nel mondo, ci sono persone che
sono costrette a lottare contro questo virus di cui si conosce ben poco, dalle future
ripercussioni ignote, che sta distruggendo la vita di molti e che continuerà a farlo
ancora per un tempo indefinito. Spesso mi sono fermata a riflettere, ma tutto quello
che sta accadendo sembra quasi un incubo, come se da un giorno all’altro ci fossimo
catapultati in un film il cui finale non è un lieto fine. Ho riflettuto molto anche su
quelle povere vittime innocenti di questa strage, costrette a rimanere in quarantena
in ospedali dalle gelide mura e dai corridoi pieni unicamente di medici e infermieri,
eroi nascosti sotto un camice, che si ritrovano giornalmente a rischiare la loro vita
per salvare quella altrui. Morire in solitudine senza avere una mano da stringere,
senza poter dire addio a chi si ama e che ci ha accompagnato per una vita intera
deve essere ancora più straziante di abbandonare la vita stessa. I miei occhi, spesso,
mentre la mia mente si rifaceva a questo pensiero, sono stati coperti da un velo
bagnato di lacrime.
Nonostante tutto, è però sempre viva in me una grande fiducia nella scienza, che nel
suo percorso ha fatto innumerevoli progressi. Probabilmente, una cura per il
coronavirus è ancora lontana, ma sono la speranza e anche il minimo supporto che
si può garantire, che uniscono le persone e permettono di andare avanti.
La quarantena invece, la sto vivendo non come, in molti descrivono essere, una noia.
L’avere molto tempo libero mi sta permettendo di scoprire pian piano me stessa,
cosa mi piace fare e cosa non mi piace, sto esplorando passioni che mai avrei
creduto poter coltivare altrimenti. Cerco di riempire le mie giornate al meglio
perché, come tu ben sai, il tempo è prezioso e lasciare che scorra inutilmente è un
grande spreco. Mi manca però il contatto umano: mi mancano le giornate che
venivano riempite dalle voci dei miei amici, le serate che passavamo tutti insieme in
qualche pizzeria o in qualche pub a guardarci negli occhi e a ridere anche senza
motivo, le lunghe passeggiate all’aperto sotto quel sole che, ormai, illumina città e
strade desolate, mi manca addirittura lo svegliarmi la mattina presto e correre per
non perdere l’autobus e far ritardo a scuola. Questi momenti che tanto erano
insignificanti, tanto comuni, adesso li rivorrei indietro. Una volta tornata la
tranquillità, la prima cosa che ho intenzione di fare è abbracciare chiunque mi sia
caro, banale azione per alcuni, che ci è stata attualmente proibita per evitare il
contagio, ma che sicuramente vale più di mille parole.
Non mi rimane che aspettare la fine di questo terribile periodo, augurando a tutte le
persone coinvolte solo il meglio e sperare di tornare al più presto alla nostra
quotidianità, che tanto ci manca.
Tanti cari saluti,

Martina

 

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