VIII Ed. Concorso di Scrittura creativa “La mia favola”: La quercia matta

cvs
VIII Ed. Concorso di Scrittura creativa “La mia favola”: C’era una volta…a Sora
gennaio 30, 2021
Elettrosmog foto
“ELETTROSMOG”, COS’E’?
febbraio 6, 2021
lqm

PRIMO PREMIO: Alunna Abballe Beatrice

Istituto Comprensivo Monte S. G. Campano – Scuola media AngelicumClasse IIIB

Docente referente: prof. ssa Scala Lara

 

Non era stata una bella idea andarsene a passeggio alle due di pomeriggio in pieno luglio. No, decisamente non lo era stata. Carla sentiva le guance in fiamme e la gola arsa, si guardò intorno in cerca di ombra ma non vide nulla. Il sole batteva ovunque, sul vecchio sentiero di pietra che tante volte aveva percorso in cerca di asparagi insieme a suo nonno, sull’enorme distesa gialla del grano appena tagliato e sugli arbusti di lavanda. Le cicale cantavano sfacciatamente e il rumore dei passi risuonava sonoro sul selciato. Carla bevve un sorso di acqua dalla piccola borraccia che prudentemente aveva portato con sé. Provò un dolce sollievo e, socchiudendo gli occhi come spesso faceva quando dimenticava gli occhiali, vide in lontananza la grande chioma di una quercia di cui tante volte aveva sentito parlare. La chiamavano “quercia mazza” per due ragioni: perché le sue ghiande non erano gradite ai maiali e perché sembrava che le sue fronde parlassero. Si diceva che fosse visibile solo in alcuni giorni dell’anno e solo a chi fosse capace di ascoltarla con il cuore. Carla era curiosa, di quella curiosità un po’ spavalda che hanno spesso gli adolescenti. Rimise la borraccia nello zainetto, sbuffò ancora una volta per il caldo e si incamminò a passo spedito. Quando fu a pochi metri dall’albero si fermò, pensò che forse non fosse il caso di avvicinarsi troppo, ricordò in un attimo tutte le volte in cui la sua curiosità le aveva giocato brutti scherzi e riprese a camminare. Si ritrovò sotto un gigantesco intrico di rami e foglie tra i quali il sole filtrava giocoso e rendeva il verde della chioma brillante oltre ogni misura. La splendida creatura oscillava dolcemente mossa dal venticello estivo. Carla si sedette ai suoi piedi godendo della frescura e dell’odore dell’erba secca. Ad un tratto, ebbe l’impressione che qualcuno le stesse parlando. Era una voce delicata e solenne allo stesso tempo, un po’ come quella dei nonni quando ti raccontano una favola d’inverno davanti al caminetto acceso. La invase un sonno irresistibile e tutto intorno a lei iniziò a ondeggiare e sbiadire nelle forme e nei colori.
L’arco in pietra della vecchia strada che comparve dinnanzi ai suoi occhi recava la scritta “Monte San Giovanni Campano 1970”. Sentì un brivido lungo la schiena. Non ricordava di aver mai visto quella strada né tantomeno quella scritta. Esitò un istante e poi decise di continuare. Seduto sulla soglia della sua piccola bottega, un anziano signore intrecciava pazientemente lunghi fili di paglia e vimini. Le mani si muovevano velocemente mentre un piccolo cestino prendeva magicamente forma come se ubbidisse docile ai comandi dell’uomo. Questi alzò lo sguardo verso Carla, la fissò per qualche istante e sorrise bonario come si fa quando si incontra per la prima volta qualcuno che istintivamente ci ispira simpatia. A Carla piacque quell’espressione tranquilla e chiese: “Buongiorno, credo di essermi persa, dove mi trovo?” L’anziano rispose:” A Monte San Giovanni Campano, non c’eri mai stata prima?” Carla non poteva credere alle sue orecchie: “In realtà ci vivo da sempre ma non ricordo di aver mai attraversato questa stradina. Anzi, a dire il vero, non ricordo niente di ciò che vedo ora”. L’uomo non sembrò affatto sorpreso dalle parole della ragazza e, sorridendo ancora, aggiunse:” Allora può essere l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo sul nostro paesello “. Abbassò gli occhi e riprese a lavorare. “Che razza di consiglio è! Gli ho appena detto di essermi persa e non batte ciglio”, pensò Carla tra sé e sé mentre si allontanava. Un profumo di buono la distolse dai suoi pensieri. A pochi metri di distanza, c’era una piccola bottega con l’insegna incisa nella pietra. Era un minuscolo alimentari dalla cui porta semiaperta proveniva un allegro vociare di donne. Carla entrò e almeno sei o sette paia d’occhi si voltarono a guardarla. Le donne la fissarono curiose, sussurrarono qualcosa e poi ripresero il loro chiacchiericcio. Carla osservò ogni particolare dell’ambiente: a sinistra, una fila di scaffali sui quali erano disposti pacchi di pasta, sale e biscotti; a destra, un unico ripiano con caramelle, quaderni, saponette e perfino calzettoni per bambini. Di fronte a sé, il vero spettacolo: un bancone in legno grezzo con tante pagnotte appena sfornate, con la crosta dorata e un po’ bruciacchiata ai lati. Le ritornò in mente sua nonna quando il sabato si alzava presto e iniziava a impastare e infornare fino a quando l’odore del pane caldo non si diffondeva per tutta la casa. La proprietaria del negozio, una piccola signora con un enorme grembiule imbiancato di farina, sembrò leggerle nel pensiero perché spezzò un cantuccio, lo avvolse nella carta e glielo porse. Aveva gli occhi neri e ciglia lunghe che rendevano il suo sguardo dolce e malinconico allo stesso tempo. Carla la ringraziò e gustò quella piccola meraviglia. Salutò gentilmente e uscì dal negozietto.
Iniziava ad essere veramente confusa, non sapeva dove si trovasse, come ci fosse finita e soprattutto in che anno si trovasse. Ripensò a tutti i film che aveva visto, a quelle assurde storie di ragazzi che piombavano indietro nel passato e non le sembrarono più tanto assurde. Richiamò alla mente i suoi ultimi gesti, da quando era uscita di casa alle due di pomeriggio, sotto il sole cocente fino a quando era giunta sotto la quercia. Forse il sole le aveva dato alla testa o forse la quercia aveva fatto impazzire anche lei. Sì, era stata la quercia, ne era sicura. Si sarebbe presa a schiaffi per la sua incoscienza e per non aver dato retta ai racconti su quell’albero incantato. Si disse però che, in fondo, non era in pericolo, che si era ritrovata in un paesello tranquillo dove le avevano perfino offerto da mangiare. Recuperata un po’ di fiducia, decise di approfittare di quella strana occasione per saperne qualcosa di più sul luogo dove si trovava. Fece qualche metro e svoltò in una piazzetta dove un gruppo di bambine saltellava a turno sul selciato. Guardò meglio e vide che a terra erano state disegnate delle grandi caselle con al centro un numero. Le bambine lanciavano un sasso su ogni casella e, in equilibrio su una sola gamba, lo raccoglievano per lanciarlo di nuovo fino alla fine del percorso. Ricordò che sua madre le aveva parlato di un gioco chiamato “campana” al termine di una discussione in cui l’aveva rimproverata di non sapersi divertire mentre lei, da bambina, poteva passare le ore su una sola gamba a raccogliere sassi. Si avvicinò al gruppo che si era diviso in due squadre e iniziò, senza volerlo, a fare il tifo per le più piccole. Ce n’era una che portava i capelli nerissimi raccolti in una grossa treccia che le arrivava oltre la metà della schiena. Aveva gli occhi di un colore indescrivibile, a metà tra il nocciola e il verde, grandi e dolcissimi con una luce che a Carla parve subito familiare. Aveva una camicetta ricamata, una gonnellina a pieghe e dei calzettoni bianchi fino alle ginocchia. Si muoveva con grazia e, anche nel gioco, conservava una certa delicatezza. Mentre saltellava, le compagne fecero in modo che inciampasse e la piccola cadde sulle ginocchia facendosi un bel taglio. Il sangue uscì abbondante ma la bimba non pianse, preoccupata più dei calzettoni che del dolore. Carla le si avvicinò d’ istinto, le scostò i capelli dal viso sudato e prese uno dei fazzoletti che aveva nello zainetto. Lo bagnò con un po’ d’acqua e glielo poggiò delicatamente sul ginocchio. La bimba la guardò e l’abbracciò riconoscente come se la conoscesse da sempre. A Carla anche quell’abbraccio e quel profumo di saponetta alla rosa parvero conosciuti. La guardò per un’ultima volta e si allontanò.
Si addentrò per un’altra viuzza attirata da un pungente odore di colla e gomma. Un giovane uomo, forse sulla trentina, armeggiava tra vecchie scarpe in uno stanzino che dava sulla strada. Aveva le mani sporche di lucido, grandi e robuste e le muoveva con maestria mentre rimetteva a nuovo quelle vecchie calzature. Carla ne fu incantata e pensò a tutte le scarpe che aveva buttato via perché graffiate o leggermente scollate quando invece avrebbero potuto trovare una seconda vita. Un allegro fischiettio la distolse dai suoi pensieri. Carla si diresse verso quel suono festoso e si ritrovò nel laboratorio di un ometto, non troppo giovane, dalla pelle scura, come bruciata dal sole. Se ne stava appollaiato su una specie di sgabello a tre piedi, circondato da vecchi ombrelli che aspettavano di essere riparati. Su un vecchio tavolo da lavoro, c’erano pinze, rocchetti di fili di ferro di varie dimensioni, grossi aghi e uncinetti. L’ombrellaio li prendeva e li maneggiava con una sicurezza tale che i rottami ai suoi piedi tornavano ad essere ombrelli veri e propri che egli allineava, aperti e colorati, in un angolo del laboratorio. Nel vedere quegli oggetti trasformarsi, in pochi istanti, in ombrelli perfettamente funzionanti, Carla sgranò gli occhi per l’ammirazione e provò una certa malinconia nel pensare a tutto quello che era abituata a gettare via.
Intanto, il sole stava tramontando e le viuzze iniziavano ad illuminarsi grazie alla fioca luce dei lampioni e delle piccole luci che provenivano dalle abitazioni. A Carla sembrò di essere in uno di quei racconti che sua nonna le narrava da bambina quando, tenendola sulle ginocchia, le raccontava del paese in cui era cresciuta fatto di cose semplici: le case attaccate le une alle altre, l’odore del bucato steso ad asciugare al sole, il profumo dei fagioli cotti nel caminetto, le voci allegre dei bambini che giocavano per strada, le donne del paese sedute sulle soglie delle loro abitazioni, intente a chiacchierare di tutto e di tutti mentre lavoravano a maglia o all’’uncinetto.
La sera che scendeva le ricordò che doveva in qualche modo ritornare a casa e che sua madre stavolta l’avrebbe messa in punizione non per due giorni ma per dieci anni. Mentre pensava a come uscire da quell’assurda situazione, incrociò nuovamente la bambina che aveva visto giocare a campana. Portava sotto il braccio una bottiglia di latte e aveva ancora i calzettoni sporchi di sangue. La piccola le sorrise nonostante il ginocchio che ancora doveva farle male per il profondo taglio. Carla le raccontò brevemente quello che era successo e di come si fosse ritrovata, senza spiegazione, in quel posto. La bimba non ne fu sorpresa e sembrò sapere esattamente cosa fare. Disse a Carla di seguirla e l’accompagnò, passando per veicoli e veicoletti, in un’enorme radura dove il grano era stato appena tagliato e l’erba ricresceva a ciuffetti. Camminarono per un bel pezzo e arrivarono ai piedi di una quercia non troppo alta e ancora giovane. Il vento sussurrava tra le foglie e produceva un suono che Carla ebbe l’impressione di aver già sentito. La piccola le fece cenno di sedersi e Carla era troppo stanca per chiedere perché. Si mise a terra, distese le gambe e appoggiò la schiena al tronco dell’albero. Guardò gli occhioni della bambina e sprofondò nel sonno.
Non capì quanto tempo fosse esattamente passato quando riaprì gli occhi. Era ancora seduta a terra con le spalle appoggiate alla quercia. Udì qualcuno chiamare il suo nome e riconobbe quasi subito la voce di sua madre. Tuttavia non si alzò, decisa a godersi la magia di quell’istante. Sua madre le corse incontro con gli occhi lucidi e la voce rotta dal pianto. Era proprio bella, pensò Carla, mentre ne osservava i capelli neri sciolti sulle spalle e la figura esile, ancora da ragazzina. Poi i suoi occhi notarono per la prima volta una piccola ma ben visibile cicatrice sul ginocchio destro. Forse aveva sognato o forse in quel piccolo e incantato pezzo di mondo c’era stata davvero. Avrebbe custodito gelosamente per sempre il ricordo di quella magica avventura e avrebbe guardato con occhi nuovi il paese del suo cuore.

Beatrice Abballe

PHOTO-2021-01-31-11-58-20

Ecco a voi il link per rivivere l’emozione della premiazione avvenuta in diretta radio:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1414875845566413&id=316449872075688

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *