V Ed. Concorso di Scrittura creativa ” Ti racconto una giornata di festa nel mio paese”: Sulle orme dei pastori

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V Ed. Concorso di Scrittura creativa ” Ti racconto una giornata di festa nel mio paese”: Cinque Giugno Millenovecento “La Madonna Ranna”
febbraio 2, 2018
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Una didattica che “s’ha da fare”!
febbraio 13, 2018
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PRIMO CLASSIFICATO

Alunne: Loredana De Marco ed Elisa De Marco

Classe: II C-Scuola secondaria di secondo grado- Istituto comprensivo di Atina

Docente: Roberta Nicoli

 

Tra tutti i paesaggi che, pur nella mia breve esperienza, ho potuto ammirare, quello delle montagne dell’Appennino ha sempre mostrato un particolare fascino. Sia d’estate che d’inverno, i monti di Picinisco mi scuotono il cuore, mi catturano gli occhi e lo spirito: mi fanno sentire a casa, protetta dalla loro maestosità e orgogliosa di un patrimonio tanto speciale. Quelle montagne innevate e quei pascoli verde smeraldo hanno un potere straordinario: rimangono impressi nella memoria, in quella di chi vi è nato e per ragioni diverse è costretto ad andare via, ma anche nei ricordi dei visitatori che sono passati a Picinisco anche solo per una mattinata. In certi casi, addirittura, il legame è talmente forte che se ne può sentire la mancanza, tanto che non si vede l’ora di ritornare ad ammirare i pascoli, la neve e soprattutto ad assistere alle numerosissime feste nelle quali emergono l’essenza, la cultura e la passione della gente piciniscana.
Era il 10 agosto e come ogni anno, attendevo impaziente l’inizio della “Pastorizia in festival”: quest’anno si è tenuta la XVI edizione e tutto il paese era in agitazione per la riuscita della festa. Finalmente era arrivato il giorno tanto atteso, un giorno speciale tanto che anche il cielo ha scelto quella data per regalare alla terra lo spettacolo delle stelle cadenti e donarci un po ‘ della sua luce; un giorno incantato in cui l’atmosfera del paese sarebbe diventata improvvisamente magica e Picinisco, come un’antica fiaba, si sarebbe rivestito dei suoni e dei colori di un passato lontano; un giorno elettrizzante in cui il mio piccolo borgo si sarebbe animato di tanta gente curiosa di scoprire le nostre antiche tradizioni e ammirare gli splendidi paesaggi della mia terra.

Era la mattina della festa e, vestita di tutto punto e piena di entusiasmo, mi sono preparata a vivere la prima avventura sui passi del pastore.  Ho sempre partecipato alla festa ma quest’anno, per la prima volta, avevo deciso di vivere da protagonista ogni momento e attività. E così è stato.

A Prati di Mezzo, un luogo incantato ricoperto totalmente di prati verdi e fiori colorati, si è svolto un percorso guidato  proprio sulle tracce dei pastori: noi ragazzi, che amiamo la tecnologia e abbiamo lo sguardo sempre rivolto al futuro, abbiamo avuto l’occasione di lasciarci sorprendere da una passeggiata nella natura, pronti a rivivere le emozioni belle e brutte vissute sui monti dai pastori e dalle loro greggi in tempo di transumanza, ovvero durante i periodi del trasferimento degli animali dalle stalle ai pascoli erbosi della montagna. Gli accompagnatori ci hanno guidato lungo il percorso, facendoci scoprire piante che forse avevamo ignorato fino a quel momento ed insegnandoci a riconoscere le orme degli animali selvatici. Successivamente le attività si sono spostate dalla montagna al caseificio, casa di produzione del nostro patrimonio: il pecorino DOP. Come “piccoli pastori all’opera”, ci siamo affidati alla guida sapiente dei nostri carissimi pastori ed abbiamo potuto imparare la difficile arte della lavorazione del formaggio. I pastori ci hanno insegnato a riconoscere con attenzione il momento in cui il latte si condensa ed è pronto per essere trasformato in ricotte. Abbiamo preso tra le mani ed utilizzato per la prima volta moltissimi strumenti del mestiere, come la spina per rompere il caglio o le fiscelle per dare la forma alle nostre ricotte. Le emozioni sono state tante: ci siamo sentiti goffi e impacciati nel maneggiare quegli strani strumenti, titubanti nel dare forma ad un prodotto che abbiamo sempre visto bello e pronto, spaventati all’idea di combinare qualche pasticcio, meravigliati quando abbiamo preso coscienza della durezza del lavoro e della pazienza e perizia che esso richiede. Ma l’emozione più grande è stata quella strana mescolanza di timore e attesa speranzosa che ho provato negli istanti in cui aspettavo che il latte si condensasse e avevo paura che non venisse bene: sono rimasta senza fiato e in preda all’agitazione fino a quando finalmente ho capito di essere riuscita nell’impresa! È stata una bellissima esperienza!

Dopo tanta fatica, naturalmente era arrivata la fame, e per nostra gioia la giornata è terminata con la degustazione dei buonissimi piatti tipici presenti nel percorso gastronomico allestito dagli organizzatori: numerosissimi stand provenienti da quasi tutte le regioni d’Italia esponevano le specialità locali, con lo scopo di valorizzare i tesori alimentari di ogni terra e, in particolare, di far conoscere i protagonisti della manifestazione: i formaggi. Ce n’erano tantissimi tipi: dai più molli ai più “scamosci” come diciamo noi, cioè leggermente stagionati, aromatizzati nelle maniere più disparate: con la mentuccia, il peperoncino, il tartufo ed altre gustose fragranze; c’erano anche diverse forme, tanto che sembrava di stare in un’esposizione di figure geometriche. Naturalmente camminando nel percorso gastronomico l’aroma dei formaggi e del tartufo si univa all’invitante profumo dei nostri piatti tipici, primo fra tutti la zuppa ai fagioli.

Al calar del sole ci siamo recati tutti ai piedi della maestosa Teglia, un albero millenario nella Piazza Capocci, per ballare al suono delle antiche canzoni composte dai nostri nonni con zampogne, piffere, organetti e fisarmoniche. Sembrava proprio di essere tornati indietro nel tempo, quando nelle aie ci si riuniva per festeggiare il raccolto. E l’atmosfera si è fatta ancora più animata e divertente quando alcune ragazze del paese hanno animato la serata con famosi balli piciniscani come la “Ballarella piciniscana”. Com’è abitudine, avevano messo da parte i loro jeans e loro t-shirt per indossare gli abiti tradizionali: portavano la mantila a coprire la testa incorniciando il viso, la camisola, gliè giaccu e per ornamento gli campanacci e gli curagli, orecchini e collane di corallo che erano i gioielli di famiglia e si indossavano nelle occasioni di festa. Anche quest’anno sono rimasta incantata ad ammirare questi vestiti: non si può descrivere la loro bellezza e la loro eleganza: e pensare che le nostre nonne avevano quegli affascinanti completi!

E mentre torno con la mente a quella magnifica festa, mi ritrovo accanto alla finestra, assorta con lo sguardo sognante davanti allo spettacolo che mi offre la mia terra. E allora mi sento parte di una grande famiglia e compongo i tasselli della mia identità.

Qui sono io, qui è la mia casa, qui sono le mie montagne, qui le mie tradizioni!

 

 

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